Monday, May 01, 2006

Luigi Grandillo- Colpo al Cuore









Luigi Grandillo lavora da tempo sulla televisione e sui meccanismi delle comunicazioni di massa attraverso opere basate su fotogrammi catturati dalle trasmissioni dello schermo, manipolati e rielaborati per una nuova dimensione visiva.
Grandillo è intervenuto così sui duelli televisivi degli schermidori e dei pugili, con prelievi, che non dimenticano il riferimento ad un artista come Mario Schifano, che l’autore ha ricostruito attraverso interventi digitali virati in rosso, con l’aggiunta di resine e di pigmenti che infondono alle sue figure un’aura drammatica di sangue e di violenza che dialoga dichiaratamente con modelli pittorici. In questo modo, Grandillo lavora sul video in senso “negativo”, sfidando lo scorrere del tempo e delle immagini, e cercando di “fissare” la sua velocità attraverso un’operazione di ricomposizione concettuale dove il dinamismo si carica paradossalmente di un enigmatico senso di sospensione.



Luigi Grandillo è nato a Bernal (Argentina) nel 1955. Vive e lavora a Oratino (CB).

Selezione mostre personali: 1990 Ritrattando, Palazzo del Comune, Oratino (CB); 1993 Fusioni, Palazzo Ducale, Oratino (CB); 2004 Katodika, Galleria Limiti Inchiusi, Campobasso.

Selezione mostre collettive: 2003 Orme del contemporaneo - V Settimana della Cultura, Galleria Limiti inchiusi, Campobasso; Ricomincia il battito, Torre medievale, Summonte (AV); “…tra arte e solidarietà”, Kalenarte, Museo civico d'arte contemporanea, Casacalenda (CB); 2004 Ouverture, Galleria Limiti Inchiusi, Campobasso; 2005 duedidue, Galleria Limiti inchiusi, Campobasso; Molise GLO/CAL Identity, Galleria Limiti Inchiusi, Campobasso; Fuoriluogo 10. Il corpo elettrico, Galleria Limiti Inchiusi, Campobasso, Palazzo Chiarulli, Ferrazzano.

Didascalie delle opere pubblicate (dall'alto verso il basso):

colpo al cuore, 2006, stampa digitale su tela ,pigmenti e resine, cm 68x101 (opera esposta)
ko, 2006, stampa digitale su tela ,pigmenti e resine, 100x110
affondo, 2006, stampa digitale su tela ,pigmenti e resine, 68x110
alle corde, 2006, stampa digitale su tela ,pigmenti e resine, cm 100x110


Sunday, February 05, 2006

Giorgio Ortona -"Tangenziale Est"




















La sopraelevata di Roma, con i suoi piloni, e il suo serpente di asfalto che sorvola i palazzi, è uno dei soggetti più amati da molti artisti italiani che lavorano sul paesaggio urbano, così da Sergio Ceccotti a Francesco Cervelli, da Olivo Barbieri fino a Giorgio Ortona, la Tangenziale Est è protagonista di quadri, fotografie e film che utilizzano la sua incombenza per rappresentare le differenti "situazioni metropolitane" della capitale.
Questa immagine, del resto, unisce quasi simbolicamente Roma a Campobasso, dove come prima immagine della città, arrivando in macchina o camminando a piedi dalla stazione ferroviaria verso l'università, si incrociano gli intrecci asfaltati dei viadotti che accompagnano il traffico delle auto. Studio 137-3, per le sue due prime mostre, ha deciso così di scegliere due autori romani che lavorano sul tema della Tangenziale come Cervelli e Ortona per tracciare concretamente questo legame emblematico.
Giorgio Ortona, infatti, è uno degli autori più legati alla rappresentazione della Tangenziale, e non a caso il MACRO di Roma conserva un suo quadro che rappresenta proprio la Tangenziale nei pressi della Pantanella, opera acquistata in occasione della mostra "Cantieri Romani" (a cura di Arnaldo Romani Brizzi e Ludovico Pratesi) che proprio negli spazi dell'attuale MACRO celebrava il grande sforzo di rinnovamento della città di Roma in occasione del Grande Giubileo del 2000.
Ortona è un autore molto attento alla rappresentazione della città, e in particolare della periferia storica romana narrata e filmata da Pasolini e Rossellini, in opere dove l’artista è riuscito a condensare il nucleo antico di intonaco, di asfalto e di calore, il chiarore denso e impastato che fonde i palazzi e le strade in un manto polveroso di luce. Il viaggio del pittore è recentemente giunto ad una svolta, ad un punto cruciale di trasformazione che vede la sua opera sospesa tra una figurazione rigorosa e ineccepibile e la sua possibile negazione, tra la tentazione di riprodurre la realtà attraverso una rappresentazione minuziosa e inflessibile e la volontà di ricordare allo spettatore che la pittura è sempre una parafrasi concettuale di quello che ci appare. Le grandi prospettive metropolitane, le scene negli interni e gli stessi autoritratti dell’artista subiscono così dei cortocircuiti improvvisi, denunciano la presenza incongrua di elementi che si insinuano nel tessuto delle immagini, ne interrompono la fluidità, alterano il loro scorrimento e aboliscono la loro plausibilità visiva generando un sentimento di incertezza, un allarme strisciante che mette in guardia lo spettatore dalle sicurezze della percezione e della coscienza. Ortona, a tal fine, utilizza cancellazioni e inserti geometrici, rettangoli, macchie e sovrapposizioni concepiti forse come “filtri” tra lo spazio fittizio del dipinto e il nostro mondo, come un’intersezione temporale tra la figurazione e la nostra visione, sospesa volutamente dall’artista in una condizione di dubbio e di crisi latente. Il supporto della pittura diviene così il terreno per un’analisi serrata dei meccanismi linguistici della riconoscibilità, in una rappresentazione sospesa che lascia allo spettatore il compito di ricomporre e completare il volto interrotto dell’immagine, il mosaico composito e difforme di una città rivelata nel suo corpo vitale, nella sua essenza che la rende il centro e il terreno di scontro delle mutazioni della contemporaneità.



Giorgio Ortona è nato a Tripoli nel 1960, vive a Roma.

Mostre, biografia e opere su: http://www.giorgioortona.com/

Didascalie dal basso verso l'alto:
Tangenziale est 2005 olio su tavola cm 52 x120 (opera esposta a Studio 137-3)
Prenestina 2005 olio su tavola 52 x 120 cm

Tuesday, January 24, 2006

Francesco Cervelli













Francesco Cervelli
Il sogno del secolo breve*

Lorenzo Canova

Il Novecento è stato un secolo contraddittorio, un secolo marchiato da guerre, tragedie e da innovazioni straordinarie che molti considerano concluso in realtà dall’attentato dell’11 settembre 2001. Quello che Eric J. Hobsbawm ha definito il “secolo breve” è stato attraversato infatti da tensioni controverse e composite, simbolicamente riassunte dalla scoperta e dalla sistematizzazione freudiana del sogno e dell’inconscio (1900), dall’accelerazione esponenziale delle scoperte scientifiche, inaugurata emblematicamente dalla relatività di Einstein nel 1905, dalle utopie positive del mondo trasformato dalle avanguardie storiche e da quelle tragicamente negative dei regimi totalitari.
Nel suo progetto di mostra, Francesco Cervelli è riuscito così dialogare con le ideologie e le immagini simboliche del secolo appena trascorso, in un ciclo pittorico che rappresenta una sorta di encefalogramma del Novecento, un viaggio all’interno del suo inconscio, personale e collettivo, un percorso che parte dalla stanza del Dr. Freud per arrivare ai Buddha distrutti dai Talebani in Afghanistan, diretto antefatto dell’attacco alle Torri Gemelle. Il pittore è pertanto disceso nel nucleo profondo del Ventesimo secolo recuperando le “icone” che tracciano il cammino di un sogno, le strade di un’ideologia che, attraverso gli strumenti misuratori e “positivi” della scienza, aspirava a comprendere e a dominare la natura e l’uomo fin dentro i meandri più oscuri del creato e dell’anima. Come un sommozzatore, Cervelli si è calato in questo mare per ricomporre le vicende del suo racconto visionario e ineccepibile, per ricostruire i momenti che hanno marchiato indelebilmente quei cento anni, facendo affiorare dalle acque del tempo e della memoria immagini misteriose e, spesso, sconcertanti, unendo il lettino di Freud ad un paesaggio di Villa Borghese a Roma dipinto con tecnica “puntinista”, nel parallelismo tra la volontà di codificare le terre “sotterranee” del sogno e la rappresentazione del mondo che ci circonda attraverso i rigorosi strumenti scientifici della psicoanalisi e delle leggi ottiche, aprendo in questo modo una serie di scenari visivi che potrebbero partire ancora dalla romana Villa Borghese, dal Parco dei Daini divisionista dipinto da Giacomo Balla (il pittore della “Ricostruzione Futurista dell’Universo”), per toccare le allucinazioni controllate del Surrealismo, giungendo infine al pixel che compone il video e i mosaici digitali.
L’artista, nella sua traversata notturna, scopre tuttavia anche le ferite e le cicatrici del Ventesimo secolo, da Hiroshima al Muro di Berlino, ricomponendone le fattezze più crudeli in quadri dove la raffigurazione è ambiguamente sospesa tra un senso di “emersione” dal buio del passato, tra la riscoperta di frammenti cancellati di dolore, di brandelli rimossi di sofferenza, e una sorta di liquefazione che colpisce le immagini, una decomposizione che forse allude non soltanto alla “vanità di tutte le cose”, ma anche ad una sorta di sensazione di fine dei tempi e della storia, di pessimismo che si abbatte sulla certezze delle ideologie, del pensiero e dell’arte.
Il pittore, dunque, nel suo tragitto a ritroso, nel suo “ritorno a monte”, parlando del passato, riesce ad alludere anche all’incertezza dei nostri giorni, alla disillusione di un’epoca che si è conclusa lasciando grandi deserti dietro di sé, per identificare probabilmente un nuovo centro e una nuova direzione nell’atto stesso della pittura, nell’essenza del suo linguaggio, nella sua qualità analitica e nella sua virtù “sciamanica” di entrare nel cuore della realtà, della comunicazione e dei media rivelandone il volto e le motivazioni oggettive. Grazie alla pittura, Cervelli scopre forse la sua meta, la fine del suo pellegrinaggio interiore, il punto focale del rinnovamento e della rinascita individuato nella foresta simbolica che conclude la mostra, nell’auspicio che, al termine degli orrori di un intero secolo, anche quel luogo non abbia patito la sorte di territori analoghi, e che a causa della crudeltà e della cecità dell’uomo anche quella foresta non abbia perduto tutti i suoi abitanti per restare irrimediabilmente vuota.



* testo pubblicato nel catalogo della mostra personale"Ritorno a monte" di Francesco Cervelli, Galleria 9 via della vetrina arte contemporanea, Roma, aprile 2005

Francesco Cervelli (Roma 1965, vive a Roma)

Mostre personali 1994 A piedi nudi, Centro Culturale C. Levi, Genzano di Roma; 1995 Narciso senza specchio, Centro Luigi di Sarro, Roma; 1996 Titolo senza corpo, Galleria il Narvalo, Velletri; 2002 Doppio Verso n°7, Scuderie Aldobrandini per l’Arte, Frascati (con Marco Cingolani); 2005 "Ritorno a monte" Galleria 9 Via della Vetrina Arte Contemporanea, Roma

Selezione mostre collettive: 1996 50° Salon de Realites Nouvelles, Espace Eiffel Branly, Parigi; 1999 Il Sogno degli Angeli, Palazzo delle Esposizioni Roof Garden, Roma; 2003 Animal house, Dag Art gallery, Livorno; 2004 Nel Segno della Pittura, Galleria Civica d’Arte Contemporanea ,Termoli (CB); Faccia a Faccia, Complesso della Madonna delle Grazie, Vitulano; Match, Galleria Russo, Roma; 2005 Premio Termoli, Termoli; Su quel mare purpureo, Galleria Allegretti, Torino; Premio Sabaudia, Sabaudia 2006 Galleria 9 Via della Vetrina Arte Contemporanea, Roma, Artefiera, Bologna

L'opera di Francesco Cervelli esposta a Studio 137- 3 (la prima in alto a sinistra in questa pagina) è:
-Green, 2002, olio su tela, cm 50 x 50
Le altre opere qui pubblicate, dall'alto verso il basso, sono:
-La pietra violata, 2005 olio su tela cm 180 x 220, courtesy 9 via della Vetrina arte contemporanea
-Il grande sogno, 2005, olio su tela cm 200 x 280, courtesy 9 via della Vetrina arte contemporanea
-Green, 2002, olio su tela cm 200 x 280
-Emergente n. 3, 2003, olio su tela cm 40 x 50